lunedì 22 maggio 2017

Let's talk about books: MILK AND HONEY

TITOLO: Milk & Honey
AUTORE: Rupi Kaur
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 6 Ottobre 2015
CASA ED.: Andrews McMeel Publishing

Ho sentito parlare di questa raccolta di poesie, Milk & Honey, in lungo e in largo, praticamente bastava aprire twitter, youtube, una pagina internet qualsiasi e ci si ritrovava faccia a faccia con questo volume. 
Lodi 
sperticate
ovviamente
ho
voluto
leggerlo.
...Il demone dell' "a capo" si è impossessato anche di questa recensione. Ma al di là di ogni facile ironia e banale semplificazione il problema delle frequenti "spezzettature" dei versi non sarebbe nemmeno un problema così grave se l'autrice di fosse data la pena di rispettare almeno le regole base della punteggiatura, perché quando si scrive, ci piaccia o meno, è necessario creare dei confini di demarcazione tra parole, frasi, concetti anche solo per renderli comprensibili a chi legge. Le virgole e gli spazi non sono messi lì ad abbellire un testo con i loro ghirigori, hanno una funzione.
Rupi 
Kaur 
invece 
se 
ne 
frega.
source
Non che ci sia nulla di rivoluzionario nell'eliminare la punteggiatura, chiedere a Joyce e al suo flusso di coscienza, ma qui salta fuori un altro punto fondamentale: che puoi pure infischiartene delle regole se hai davvero qualcosa da dire, un progetto artistico da portare avanti o se si vuole distruggere l'ordine precostituito, in questo caso chiedere ai surrealisti. La Kaur almeno nella prima delle quattro parti in cui è divisa la sua raccolta sembra avere temi importanti di cui discutere, che li abbia vissuti in prima persona o che stia semplicemente raccontando ciò che vede succedere intorno a lei poco importa, è innegabile che i primi versi catturano e suscitano una riflessione, ma basta passare al secondo blocco per ripiombare, nella forma e nei contenuti, nel favoloso mondo dei textpost di tumblr, luogo dove probabilmente hanno maggior ragione di esistere dato che sono nulle le loro velleità letterarie. 
Perché
non
basta
parlare
d'amore
per 
fare
poesia.
E nemmeno inserire tematiche sociali molto sentite nella contemporaneità perché si rischia di banalizzarle e in questo modo privarle della loro forza e della loro importanza. Anche il femminismo che parrebbe essere un tema molto caro all'autrice viene spogliato di ogni forza comunicativa per cadere nella banale sostituzione di una donna-ideale con un altro tipo di donna-ideale, tanto angelica e idealizzata quanto quella che il patriarcato vorrebbe ancora imporre e che il femminismo non si stanca, giustamente, di combattere.
Per favore
non
sostituiamo 
un
modello 
prescrittivo
con
un altro.
E soprattutto non confondiamo il femminismo con un semplice problema tricologico.
source
Mi rendo conto che la poesia attuale non può e probabilmente non deve più chinarsi alle rigide regole metriche che un tempo erano necessariamente richieste affinché il testo fosse considerato a tutti gli effetti e con tutti i crismi come testo poetico. Il conto delle sillabe, gli enjambement usati con senso e parsimonia, le rime e tutti gli artifici retorici sono stati accantonati, così come è stato messo da parte quel labor limae, quella continua e quasi maniacale politura del verso capace di togliere il superfluo per lasciare l'essenziale, una immediatezza tutta visiva ma ottenuta a caro prezzo attraverso un travaglio poetico continuo. Il '900 stesso ha portato una ventata di modificazione nel panorama poetico: versi sciolti e arditi accostamenti d'immagini ma, appunto, se si rinunciava alla struttura ciò serviva per garantire maggiore respiro ai concetti espressi che venivano sentiti come troppo fondamentali per poter rimanere rinchiusi in una sorta di gabbia.
Nella poesia della Kaur purtroppo mancano entrambe le cose, i testi risultano illeggibili e anche quando si riesce a procedere spediti nella lettura sono i temi trattati e i sentimenti espressi che hanno la consistenza di uno sbuffo di fumo, come diceva Calvino tra leggerezza e superficialità ci sta una bella differenza!
Insomma
una
sola
stella
mi 
pare
anche 
troppo.
Anche quella lacrimevole captatio benevolentiae che è la lettera al lettore lascia il tempo che trova e alla
fine
avrei
quasi
sperato
in
una
possibile
damnatio
memoriae 
almeno
per 
dimenticare
l'ora
della 
mia 
vita
spesa
a
leggere
queste
poesie
e
che
non 
tornerà
mai
più.
Ah, carini i disegni, naïf, ma la loro necessità rimane non pervenuta.

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